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Disciplina: una parola per attraversare la fine dell’anno

Dal Blog del Maestro Carlo Tetsugen Serra
Riportiamo qui una riflessione stimolante del Maestro Tetsugen che ci dona una chiave per entrare nel 2026 con consapevolezza e apertura ai cambiamenti che sono il segno dei nostri tempi.

La fine dell’anno è un tempo particolare. Le giornate si accorciano, il ritmo rallenta, e quasi senza accorgercene nasce il desiderio di fermarci un momento. Non tanto per fare bilanci o giudicare ciò che è stato, ma per osservare con più attenzione come abbiamo abitato il tempo: quali gesti sono rimasti, quali scelte abbiamo ripetuto, a cosa siamo tornati, ancora e ancora.È da questo spazio di raccoglimento che nasce questa riflessione. Una riflessione che prende spunto dalla pratica dello Zen, ma che parla in realtà della vita quotidiana di tutti: del modo in cui restiamo, o ci allontaniamo, da ciò che conta davvero.
Ogni anno, giornali e istituzioni culturali come il Times, o come l’Istituto della Enciclopedia Treccani, selezionano ogni anno la “parola dell’anno” scegliendo un termine significativo per l’attualità e il contesto sociale, ad esempio nel 2024 è stata “rispetto”, nel 2025 è “fiducia” una parola molto importante oggi. Io vorrei proporre, a partire da quest’anno, di eleggere una “parola Zen” per tutti praticanti e non.

La parola è: disciplina.
Il tema può sembrare insolito, persino scomodo. Una parola che spesso evoca rigidità, doveri, imposizioni, ma vista nella luce corretta è di grande aiuto.
So che molti si aspettano da un buddhista parole come compassionegentilezzaamore.
Certamente sono parole centrali nei miei insegnamenti, e spesso sono le prime a essere pronunciate. Ma senza determinazione, ogni buona intenzione rischia di svanire già al mattino.
La determinazione non nasce da uno stato emotivo, per quanto nobile. Le emozioni cambiano, oscillano, si consumano. La determinazione nasce invece da una disciplina dell’impegno: da gesti ripetuti, da una presenza che non dipende dall’umore del momento.
È questa disciplina che rende la compassione affidabile.
Senza di essa, la gentilezza resta un sentimento, l’amore un’aspirazione. Con essa, diventano azioni capaci di durare nel tempo e di essere, davvero, un aiuto per tutti gli esseri.
La parola disciplina viene dal latino disciplina, che significa insegnamento, apprendimento, educazione, e deriva dal verbo discere: imparare.
Alla sua origine, quindi, la disciplina non ha a che fare con il controllo o con la costrizione, ma con la relazione viva tra chi impara e ciò che viene appreso. È la disponibilità a lasciarsi educare dall’esperienza, momento dopo momento.
C’è anche una risonanza profonda con un altro verbo latino: discernere, che significa distinguere, vedere con chiarezza. Disciplina, in questo senso, è imparare a riconoscere ciò che è essenziale e ciò che è superfluo, senza giudicare. È un esercizio particolarmente prezioso oggi, in un’epoca in cui spesso deleghiamo le scelte, evitiamo l’impegno e restiamo in superficie.
La disciplina ci richiama invece alla presenza: a stare, a vedere, a prenderci la responsabilità del nostro cammino.
La fine dell’anno ci invita naturalmente a guardare indietro. Ma non per assegnarci voti o misurare successi e fallimenti. Guardare indietro, in una prospettiva contemplativa, significa semplicemente vedere. Vedere ciò che c’è stato, così com’è stato, senza aggiungere e senza togliere.

La domanda allora non è: sono stato bravo?
Ma qualcosa di più semplice e più esigente: sono stato presente?
Presente nel corpo, nelle scelte quotidiane, nel tornare a ciò che avevo deciso di coltivare. Anche quando non ne avevo voglia. Anche quando c’erano stanchezza, confusione, resistenza. Anche quando nulla sembrava “funzionare”.
Quando osserviamo con onestà questo movimento, senza indulgenza ma anche senza durezza, emerge quasi spontaneamente una parola: disciplina.
Non come rigidità, ma come fedeltà silenziosa. Come la capacità di tornare, ancora una volta, a ciò che conta.
Nella tradizione Zen si parla di tre elementi fondamentali del cammino: fiduciadubbio e determinazione. Fiducia nella possibilità del cammino, dubbio come disponibilità a non accontentarsi delle illusioni, determinazione come forza gentile che non abbandona.
In questo senso, la disciplina è prima di tutto un atto di fiducia. Fiducia nel fatto che tornare abbia senso, anche quando non capiamo subito, anche quando non proviamo nulla di speciale. Fiducia nel gesto semplice, ripetuto, ordinario. Restare senza garanzie.
Questa fiducia non è mai solo individuale. Ogni percorso autentico ha bisogno di una forma condivisa: tempi, spazi, gesti, silenzi che permettono alle persone di accordarsi. Non per uniformarsi, ma per entrare in relazione. Come strumenti diversi che possono suonare insieme solo se c’è una tonalità comune.
Quando siamo sostenuti da una comunità, formale o informale, la disciplina diventa cura reciproca. Nei momenti di fatica, è la presenza degli altri che ci sostiene. E nei momenti di presenza, diventiamo noi stessi sostegno. Questa circolarità è già una forma di attenzione profonda, di responsabilità condivisa.
E ciò che si coltiva in uno spazio di pratica non resta confinato lì. La disciplina si riversa nella vita quotidiana. Tornare a sedersi in meditazione diventa tornare a una conversazione difficile. Restare fermi diventa restare in una situazione scomoda senza reagire immediatamente. Seguire una forma diventa rispettare il ritmo delle persone, delle relazioni, dei limiti.
La disciplina, allora, non è qualcosa che riguarda solo la spiritualità. È il modo in cui attraversiamo la giornata. È fermarsi un attimo prima di rispondere. È tornare al corpo quando la mente corre. È fidarsi che restare presenti, anche lì, sia sufficiente.
Un antico dialogo Zen racconta questo con grande semplicità. Alla domanda “Qual è la Via?”, un maestro risponde: “La mente ordinaria è la Via”. Quando l’allievo chiede se si possa dirigerla verso qualcosa di speciale, il maestro risponde: “Se cerchi di dirigerla, te ne allontani”.
Questo ci ricorda che non c’è un altrove da raggiungere. La vita che stiamo vivendo è già il luogo del cammino. Ma senza una forma, ci disperdiamo. 
La disciplina può essere vista come l’argine di un fiume. L’acqua è viva, libera, potente. Ma senza argini non scorre: si disperde. La forma non limita la vita: le permette di andare in profondità.
Per questo non si pratica, e non si vive, per diventare migliori. Si pratica per fidarsi. Fidarsi del processo, del tempo, del fatto che restare, insieme o da soli, sia già completo. La disciplina è il modo umile e quotidiano con cui lo affermiamo, con il corpo e con le scelte, giorno dopo giorno.

Vorrei chiudere con un gesto di gratitudine.
Gratitudine per le pratiche che continuano a chiamarci anche quando non rispondiamo subito. Gratitudine per le forme, visibili e invisibili, che ci sostengono senza chiedere nulla in cambio. Gratitudine per le persone che, consapevolmente o meno, hanno camminato con noi quest’anno.
Ci sono insegnanti, guide, amici, comunità che rendono possibile questo cammino senza sostituirsi a noi. E ci sono luoghi, interiori ed esteriori, che diventano vere case quando sono abitati con cura.
Dedichiamo allora ciò che abbiamo coltivato quest’anno a tutti: a chi è stanco, a chi è in difficoltà, a chi ha perso la direzione. Che la disciplina, intesa come presenza e fiducia, possa trasformarsi in attenzione, chiarezza e cura nella vita quotidiana.

Articolo apparso in Dharma Academy al link


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